Intervista ad una stalker

Donna Stalker«L’ultima lettera che gli ho mandato risale a luglio, l’ultimo sms al 5 agosto. Quando non resisto scrivo al mio terapeuta come se scrivessi a lui».
Letizia, 47 anni, impiegata, un figlio adolescente e una figlia ventenne, è ben vestita e truccata, ha un’ottima proprietà di linguaggio. La incontro presso il Centro presunte vittime e presunti autori di violenza e stalking di Roma, dove è seguita da Massimo Lattanzi, coordinatore dell’Osservatorio nazionale stalking. Tiene lo sguardo basso e parla lentamente, con voce tremula.
Letizia, perché viene qui?
Per dimenticare.
Chi?
La persona con cui ho trascorso i sette mesi più belli della mia vita.
Poi cosa è successo?
Lui mi ha lasciata.
Non l’aveva messo in conto?
In un certo senso sì, era una cosa che temevo già da qualche tempo, avevo cominciato a soffrire di attacchi d’ansia. Poi un giorno lui mi ha inviato un sms con scritto: «Non cercarmi mai più». Mi è caduto il mondo addosso.
Che ha fatto, allora?
L’ho cercato, gli ho telefonato, gli ho inviato messaggi.
Non mi ha mai risposto finché un giorno non ci siamo incontrati per strada e abbiamo litigato. Lui mi chiedeva di andare via, io volevo spiegazioni. Dopo quell’incontro ho tentato il suicidio.
Come l’hanno curata?
Sono stata in ospedale per due mesi. Mi hanno imbottito di pasticche, e al Centro di igiene mentale ho anche parlato con un paio di psicologi, ma ho fatto pochi incontri.
C’era qualcuno della sua famiglia con lei?
Mia sorella e mia figlia, le uniche persone a cui ho raccontato tutto. E che mi hanno dato ottimi consigli.
Che cosa ha fatto quando è uscita dall’ospedale?
L’ho cercato. Sono andata ad aspettarlo sotto il suo ufficio. Gli ho scritto tanti messaggi, tante lettere.
Andavo sotto casa sua in auto. Restavo lì per due o tre ore a scrivere lettere che poi imbucavo personalmente, sperando almeno di vederlo passare.
Quante volte a settimana faceva questa cosa?
Tutti i giorni. La mattina era dedicata ai messaggi e il pomeriggio, dopo il lavoro, alle lettere.
Perché lo faceva?
Beh, per sentirmi più vicina a lui.
Gli chiedevo di aiutarmi, gli spiegavo che stavo male, che non capivo e che solo lui, parlando, mi avrebbe potuto fare accettare questa situazione.
Si sentiva autorizzata a stare sotto casa sua?
In fondo ero sotto casa della persona che amavo, con cui avevo trascorso momenti fantastici. Quando hai un rapporto forte con una persona è un po’ come se fosse tua… sì, sentivo che potevo farlo.
Ma lui l’ha denunciata?
Per fortuna no, ma ha minacciato tante volte di farlo.
Si era mai comportata in questo modo prima?
Mai, è stata la prima volta. Con i miei figli non ho mai avuto ansia di controllo. Non mi è successo neanche con mio marito, con cui sono stata vent’anni. Ma con quest’uomo… sono andata in tilt. Non avrei mai immaginato di arrivare a comportarmi così.
Il suo obiettivo, alla fine, era tornare con lui.
Beh, sì, volevo vedere se aveva ripensamenti, capire se mi aveva amato veramente. Ho pensato che magari insistendo mi avrebbe detto: «Torniamo insieme».
Ha mai pensato di usare qualche altra strategia per convincerlo?
In amore tutto è lecito. Però non ho mai pensato di fargli del male.
Ma vi siete mai rivisti dopo quell’incontro in strada?
Sì, qui al centro.
In che senso, qui?
È stato lui a consigliarmi questo posto. Mi ha detto che c’era stato, come vittima di stalking, e si era trovato bene. Poi abbiamo fatto anche degli incontri insieme.
E sono serviti?
No, perché non siamo andati a fondo. E poi quando andavamo via lo facevamo insieme e quei tratti di strada, il tragitto in metro, gli abbracci per salutarci mi sembravano una speranza.
Col senno di poi, cosa è stato a mandarla “in tilt”?
Che mi abbia lasciata via sms. E poi, se non mi amava me lo doveva dire prima. Invece ha fatto sì che io mi legassi a lui e se ne è andato senza una spiegazione (piange, ndr). Sa, molte persone si sono prese gioco di me perché sono ingenua e taciturna. Preferisco ingoiare la rabbia anziché tirarla fuori, non so parlare dei miei sentimenti. Collego questo al fatto che mio padre se ne è andato di casa quando avevo 19 anni e non l’ho visto per vent’anni.
In questa storia lei si sente più vittima o colpevole?
È vero, io l’ho disturbato con le lettere, le telefonate e i messaggi. Però sono stata io a tentare il suicidio due volte.
Sperava in questo modo di attirare la sua attenzione?
A volte si fanno delle cose perché non c’è riscontro dall’altro lato.
Ha detto che da tempo non gli scrive più. Come vive questa limitazione?
Ci penso sempre. Lui mi dava la forza, la carica per fare tante cose. Insieme al mio dottore abbiamo concordato che quando non resisto posso scrivere a lui. Il che mi scatena attacchi di panico: mi sveglio alle cinque del mattino e inizio a piangere. Ma il dottore dice che è la strada giusta.
Cosa vorrebbe oggi?
Dimenticare, dimenticare tutto. O almeno ritrovare fiducia in me stessa, rispettarmi di più, non essere costretta a prendere nove pasticche ogni giorno.

BOX: A chi chiedere aiuto
L’Osservatorio nazionale stalking, fondato nel 2001 da Massimo Lattanzi e Tiziana Calzone, aiuta a guarire anche gli autori di violenza e stalking. Dal 2007 è attivo il Centro presunti autori, sia uomini che donne, cui viene fornito sostegno psicologico e legale. Centri di ascolto e consulenza sono attivi a Roma, Milano, Pescara, tel. 06/44.24.65.73 oppure, nei weekend, 327/460906. Info: www.stalking.it

 



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