Maternità in Italia: dieci milioni di madri in una Italia a due velocità

Sono quasi 10 milioni le donne con figli minorenni in Italia[1]. Scelgono la maternità sempre più tardi (l’Italia è in cima alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni)[2] e devono sempre più spesso rinunciare a lavorare a causa degli impegni familiari (il 43,2% delle donne tra i 25 e i 49 anni con figli minorenni risulta non occupata)[3]. Inoltre, lamentano poco sostegno per chi decide di mettere al mondo un figlio e una scarsa rete di servizi per la prima infanzia, che costringe buona parte del 40,9% di madri con almeno un figlio a scegliere un regime di part-time pur di continuare ad avere un’occupazione lavorativa[4].

In un Paese in cui la natalità ha toccato un nuovo record negativo – 449mila nascite nel 2018, 9mila in meno rispetto all’anno precedente – registrando la nona diminuzione consecutiva dal 2008, le mamme italiane hanno pochi figli, con un numero medio per donna pari oggi a 1,32[5], ben lontano dai 2,38 del 1970. Diminuiscono le famiglie numerose (5,3%); più cospicua, quasi il doppio, la percentuale di famiglie con un solo genitore (10%, in prevalenza madri)[6].

L’analisi di Save the Children “Le Equilibriste: la maternità in Italia” diffusa oggi in occasione della Festa della mamma, mostra una condizione ancora molto critica. La ricerca include l’Indice delle Madri, elaborato dall’ISTAT per Save the Children, che identifica le Regioni in cui la condizione delle madri è peggiore o migliore sulla base di 11 indicatori rispetto a tre diverse dimensioni: quella della cura, del lavoro e dei servizi. Inoltre, anche quest’anno, l’indice evidenzia i principali mutamenti che hanno interessato la condizione delle madri dal 2004 ad oggi nei diversi territori[7].

Un tasso di disoccupazione femminile, ed in particolare delle madri, tra i più alti in Europa, impossibilità nel conciliare vita privata e impegni professionali, radicate difficoltà di carriera e di crescita salariale, forte squilibrio nei carichi familiari tra madri e padri, una scarsissima offerta di servizi educativi per l’infanzia. Un quadro critico che si riverbera sul benessere delle madri, ma che affonda le radici nelle pesanti disparità di genere in Italia. Il nostro Paese si attesta nel 2018 al 70° posto (su 149 Paesi presi in esame) del Global Gender Gap Report, perdendo ben 29 posizioni dal 2015. Uno squilibrio che grava in misura maggiore sulle mamme più in difficoltà: le donne che provengono da un contesto socio-economico disagiato, le mamme sole e quelle di origine straniera, per le quali ai problemi qui evidenziati si aggiungono spesso quelli delle barriere linguistiche, della mancanza di una rete familiare di sostegno e di un difficile accesso ai servizi sociali e sanitari.

I dati diffusi da Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, per quanto sottolineino in Italia un peggioramento generale nel sostegno alle madri, in particolare nell’area del lavoro e ancor di più dei servizi all’infanzia[8], fanno emergere la notevole diseguaglianza tra territori che hanno comunque attivato politiche di sostegno, in particolare al lavoro femminile e ai servizi (prevalentemente al nord), e territori invece ancora troppo carenti da questo punto di vista (soprattutto al sud).

Le Province autonome di Bolzano e Trento conservano negli anni i primi posti della classifica, seguite da Lombardia (3° posto, dall’8° dell’anno scorso), Valle D’Aosta (4°), Emilia Romagna (5°) e Friuli-Venezia Giulia (6°).

La Provincia di Bolzano in particolare, passa da un 11mo posto nel 2008 ad un primo nel 2017 che conserva anche nel 2018, principalmente per i miglioramenti attuati nel sistema dei servizi all’infanzia e nell’area della cura. Tra le regioni del Mezzogiorno fanalino di coda della classifica, la Calabria risulta quella dove è più complicato essere madri e perde due posizioni rispetto al 2017, preceduta da Sicilia (20° posto), Campania (che pur attestandosi al 19° posto guadagna due posizioni rispetto al 2017), Basilicata (18°) e Puglia (17°). L’indice mostra sempre valori sotto 90 per le regioni del Mezzogiorno e, complice la persistente crisi economica, registra un ulteriore progressivo peggioramento in particolare rispetto all’offerta di servizi all’infanzia e all’occupazione femminile, evidenziando quindi la necessità di un impegno politico più forte in questa parte del Paese finalizzato a colmare le diseguaglianze.

“Anche quest’anno la diffusione dell’indice sulla condizione delle madri, che presentiamo grazie alla collaborazione con ISTAT, rileva come in Italia, dove il numero di nuovi nati è in costante diminuzione, ci sia concretamente ancora poca attenzione alla maternità. Il percorso nascita e la vita delle neomamme, soprattutto di quelle più in difficoltà perché in situazioni di povertà, o sole, o di origine straniera, sono costellati di difficoltà e la crescita dei figli viene vissuta oggi come un impegno che ricade in gran parte sulle donne. E’ necessario che l’impegno nella tutela della maternità, così come dell’infanzia, sia riconosciuto come un investimento per il futuro del Paese. Occorre una presa di coscienza delle istituzioni tutte, affinché si scardini questo circolo vizioso e la maternità possa essere per tutte le mamme e i loro bambini un momento di gioia e di serenità, senza il pesante aggravio di ostacoli di carattere economico e sociale” dice Antonella Inverno, responsabile Policy e Law dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

 Un’Italia a due velocità tra cura, lavoro e servizi per l’infanzia

Il divario Nord-Sud evidenziato dall’Indice delle Madri di Save the Children persiste anche nelle tre singole aree di indicatori prese in esame per ciascuna regione: cura, lavoro e servizi per l’infanzia.

La prima area, quella della cura, mostra discreti miglioramenti per tutte le regioni che hanno conquistato i primi posti come la Lombardia che oggi detiene il primato, ma nel 2017 si attestava al 3° posto o l’Emilia-Romagna che la segue, dopo aver guadagnato, dal 2017, ben due posizioni. La Provincia Autonoma di Bolzano, invece, dal 2017 perde una posizione, attestandosi al secondo posto. 

La Basilicata si attesta al fondo della classifica per quanto riguarda l’area della cura, preceduta da Molise che dal 2017 perde tre posizioni, Abruzzo (che si attesta al 19° posto) e Puglia che invece guadagna due posizioni dallo scorso anno. Da sottolineare i casi della Sicilia che nell’Indice della Cura occupa l’11° posto (18° posto nel 2008) e della Calabria al 14° posto (21° posto nel 2008).

A partire dal 2008, molte delle regioni hanno risentito dell’abbassamento del tasso di fecondità registrato in tutta Italia.

La seconda area riguarda il lavoro femminile. Anche qui le Province autonome di Bolzano e Trento si confermano al primo e al terzo posto, con al secondo la Valle d’Aosta, seguite da Emilia-Romagna (4°), Lombardia (5°) e Veneto che passa dall’8° posto nel 2012 al 6° dell’anno scorso, confermato anche quest’anno. La Sicilia si attesta fanalino di coda preceduta da Calabria che perde una posizione (20° posto) a favore della Campania (19°), precedute da Puglia (18°) e Basilicata(17°).

I dati dimostrano che oggi è ancora molto difficile per una madre conciliare vita professionale e cura dei figli. Se nella fascia d’età 25-49 anni infatti, le donne occupate senza figli sono il 64,3%, tra quelle con figli minorenni la percentuale scende al 56,8%[9]. Il ricorso al part-time per le mamme sembra una scelta quasi obbligata. Nella stessa fascia d’età (25-49 anni) ne usufruisce il 26,3% di quelle senza figli, mentre la percentuale sale al 40,9% tra le mamme. Tra le donne con un figlio lavora part-time il 38,5%, tra quelle con due figli il 42,9% e tra quelle con tre o più figli il 43,7%[10].

L’ultima area, quella che riguarda i servizi, permette di esaminare l’offerta territoriale delle nostre regioni rispetto ai principali servizi educativi per l’infanzia. Ancora una volta, la provincia di Trento si attesta al primo posto, seconda la Valle d’Aosta seguite da Friuli-Venezia Giulia (3° posto), Provincia autonoma di Bolzano (4°) e Toscana (5°). Per quanto riguarda i servizi, è la Sicilia che si attesta all’ultimo posto preceduta da Calabria (20°posto), Campania (19°), Lazio, in ascesa di tre posti (18°), e Puglia (17°).

Dal 2004 ad oggi, si registra un costante peggioramento dovuto in particolare alle carenze relative ai servizi per la prima infanzia pubblici. Quasi tutte le regioni riportano dati peggiori rispetto al 2004 (tranne le Province Autonome di Trento e Bolzano e il Friuli Venezia Giulia, che, in controtendenza, hanno registrato qualche miglioramento). Ancor più rilevante, in Italia, è l’enorme squilibrio territoriale nell’offerta del servizio: in diverse regioni del Centro-nord come Valle d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna, Toscana e Provincia Autonoma di Trento, la soglia obiettivo del 33% dell’UE è stata ampiamente superata già da diversi anni; in altre, come ad esempio la Sardegna, la copertura è vicina al 30%. In molte regioni del Mezzogiorno, invece, l’obiettivo risulta ancora lontano[11].

 

[1] ISTAT, indagine “Aspetti della vita quotidiana”, media calcolata sul biennio 2016-2017

[2] EUROSTAT, Database, Fertility indicators, dati al 2017, estratti l’8 marzo 2019, https://ec.europa.eu/eurostat/data/database

[3] ISTAT, 2018.

[4] Osservatorio Statistico Consulenti del Lavoro, “Focus sull’occupazione femminile: donne al lavoro: o inattive o part time”, marzo 2019, pag. 3, http://www.consulentidellavoro.it/files/PDF/2019/Osservatorio/Indagine_Donne_al_lavoro_o_inattive_o_part-time.pdf

[5] ISTAT, “Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2017”

[6] ISTAT, “Annuario Statistico Italiano – Anno 2018”

[7] ISTAT per Save the Children Italia, 2018. Il Mother’s index è calcolato grazie ad un set minimo di 11 indicatori statistici che offrono una lettura sintetica di come vivono le mamme di tutto il Paese CURA: 1) Istat 2018 Tasso di fecondità; 2) Istat 2013 Indice di asimmetria nel lavoro familiare per le coppie con donna di 25-64 anni con entrambi i partners occupati; LAVORO: 3) Istat 2018 Tasso di occupazione femminile 25-34 anni; 4) Istat 2018 Tasso di occupazione femminile 35-44 anni; 5) Istat 2018 Tasso di occupazione femminile 45-54 anni; 6) Istat 2018 Tasso di mancata partecipazione femminile al mercato del lavoro 25-34 anni; 7) Istat 2018 Tasso di mancata partecipazione femminile al mercato del lavoro 35-44 anni; 8) Istat 2018 Tasso di mancata partecipazione femminile al mercato del lavoro 45-54 anni; SERVIZI: 9) Istat 2016/2017 Asili nido: indice di presa in carico degli utenti per il servizio; 10) Istat 2016/2017 Servizi integrativi socio-educativi per la prima infanzia; indice di presa in carico degli utenti per il servizio; 11) Istat 2016/2017 % Bambini di 4-5 anni che frequentano la scuola dell’infanzia.

[8] Il valore generale dell’indicatore è peggiorato nel tempo: fatto a 100 il valore per il 2004, quello del 2018 si attesta sul valore di 98,328, in calo rispetto agli anni precedenti (era di 102,525 nel 2008, 102,530 nel 2012, 99,128 nel 2017).

[9] ISTAT, 2018.

[10] Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, Focus sull’occupazione femminile, “Donne al lavoro: o inattive o part-time”, dati riferiti al 2017, 8 marzo 2019, pag. 4, http://www.consulentidellavoro.it/files/PDF/2019/Osservatorio/Indagine_Donne_al_lavoro_o_inattive_o_part-time.pdf

 

[11]  ISTAT, “Offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia. Anno educativo 2016-2017”, 21 marzo 2019, pag. 2, https://www.istat.it/it/files//2019/03/asili-nido.pdf

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